Hanno detto

Roberto Bertoni – Benzo: il senso e il sentito

Benzo (pseudonimo di Renzo Daveti) legge le sue poesie con voce recitante stentorea, ritmata. L’emissione vocale è importante, sottolinea l’iterazione dei versi, cerca una via di espressione a quanto “è restato dentro”. La parola scritta è un “vitreo deserto bianco” che contrasta con l’enfasi dell’oralità. Ogni verso “è già andato”, è “un divenire”. Così, ci pare, sul piano metaletterario.

Ma la vita del soggetto c’è, ineliminabile: è questa la “costante” che sembra contraddire ciò che muta divenendo? La realtà interiore, le dinamiche dell’esistenza vengono annunciate e rese nei loro metodi più che nei contenuti concreti: “sentimenti”, “traiettorie”, “ombre”, “trascorrere degli anni”, “crolli interiori”.

Frattanto si allude a una realtà esterna delimitabile, afferrabile: la memoria storica, la periferia.

Parrebbe di trovarsi sulla scia di Campana e dei futuristi; in modo poi ridetto come in un rap, moderno e personale.

Link all’articolo originale su Carte Allineate


Casamatta in una città matta su BlackMilkMag


Marco Pandin – Rivista Anarchica

Questo è un cd che mette in difficoltà, è un cd che guarda dritto in faccia, che ti viene addosso, che ti affronta e costringe a reagire. Difficile, anzi impossibile ascoltarlo mentre si fa dell’altro. L’esordio dei Casamatta innesca l’effetto di un gorgo magnetico a cui bisogna arrendersi, per cui appoggi il libro che volevi leggere e ti metti a fissare gli altoparlanti che soffiano fuori gli spettri. Dapprima è polvere bianca che si raggruma in fumo, poi diventano piccoli animali (topi, per lo più) in movimento nervoso come appena prima del temporale, infine corpi immobili appoggiati su tavoli di metallo appena illuminati d’azzurro dalla luce veloce dei lampi. Non è un lavoro inquietante a gratis: è un film frutto di un montaggio paziente che ha il bagliore sottile dei ritagli televisivi notturni, ciascuna canzone un esperimento di sottrazioni progressive di sensibilità come un gioco anestetico. La sensazione forte è che sia tutto perduto, che non ci sia via di scampo, che la strada che porta a domani passi attraverso salite disperate.

Casamatta non offre nomi riconoscibili, serve un esercizio di memoria lunga per ritrovare le radici del cantante. Quel che suona il gruppo non è identificabile in un genere preciso, direi che le influenze e gli intrecci variano addirittura all’interno di ciascun pezzo. Quello che accomuna i pezzi è che tutti colpiscono senza risparmiarsi, sono tutti pesanti il giusto peso del nostro tempo eppure sono ferocemente aggrappati a ieri, come se il tempo si potesse piegare, tagliuzzare, masticare e risputare fuori. Spesso dentro a una canzone si fa un salto indietro a rivederci congelati come eravamo appena ieri, i testi sono intrecci di parole fatte con il vocabolario dei volantini ciclostilati, con gli slogan delle manifestazioni. Tante parole inutili, tante parole trasformate nei mattoni che costruiscono il nostro mondo. Sintonizzarsi su questa “Humana radio” è come riascoltare le nostre voci di un tempo: le riconosciamo, ma improvvisamente le scopriamo estranee e ci stupiamo di vederle usate come vuoto a perdere.

Dodici canzoni rubate a tutti. Rubate ai vecchi divenuti ricchi accumulando le monetine dei nostri risparmi (l’iniziale “La terenezza del lupo” sembra strappata a morsi da un demo di “The wall”) e ai vecchi rimasti poveri. Il termometro del tempo impazzisce: nel suono vibra l’aria degli anni Settanta assieme a quella degli anni Ottanta, e si resta colpiti da questo tempo che non ha più senso, da questo oggi che suona strano, da questo ieri che improvvisamente non riconosci come tuo. Potrei farvi in fretta una piantina con qualche nome di riferimento, ciascuno è perfetto e al tempo stesso sbagliato: Plasticost, Pere Ubu, Assalti Frontali… ecco, vi siete già persi. L’unico pezzo non originale del cd è una versione da brivido de “La paura del domani”, segno che Eugenio Finardi già nel 1976 aveva la vista lunga.


Francesco Casuscelli – L’esordio dei Casamatta tra Emidio Clementi e testi molto graffianti

La prima cosa che colpisce di “Humana Radio” è la produzione che, per essere stata fatta in casa, è davvero convincente. I Casamatta sono spezzini e questo loro primo lavoro fa subito venire in mente i Massimo Volume di Emidio “Mimì” Clementi e tutto quell’immaginario indie-rock dove le parole si fondono con il nervosismo delle chitarre, in una sorta di rincorsa dove nessuno dei soggetti è vittima dell’altro. Insomma, è un disco che sa destare attenzione, con diversi spunti interessanti e un suono ben pensato. I testi sono senza dubbio il pezzo forte del compact.


Gian Paolo Ragnoli – Casamatta Humana Radio

I Casamatta sono una band spezzina formata da musicisti che hanno già alle spalle diverse esperienze. Ci sono fra loro i tre quarti della formazione principale dei Fall Out, uno dei gruppi più importanti dei primi anni Ottanta nel panorama del nascente punk italiano, un altro ha fatto parte di una formazione più recente dello stesso gruppo e il quinto componente, Gianluca Petriccione, era già conosciuto per una precedente produzione a nome MissQLee, di ambito electrodance.
Date queste premesse ci si poteva aspettare l’ennesima variazione sul tema electro-punk, una sorta di Depeche Mode “de noantri”, invece Humana Radio è un disco assolutamente sorprendente. Le precedenti esperienze dei musicisti si fondono in una ricerca sia sonora che letteraria che lascia veramente di stucco. È un’opera che sembra non somigliare a nessuno tranne che a se stessa.

I testi di Renzo, sempre efficaci e poeticamente pieni, rimandano più a William Burroughs o a Nanni Balestrini che a un, per quanto ottimo, paroliere post punk. Si sente presente l’influenza di un immaginario culturale che da Burroughs e Ballard prende stimoli e temi per narrare il confuso e frammentario presente che siamo qui a vivere. Le musiche approntate dal gruppo per i testi, a volte recitati, a volte invece cantati, evitano abilmente la trappola dell’“accompagnamento” o del citazionismo.

Ogni singolo pezzo si ascolta lavorato, con pazienza certosina, con un eccellente equilibrio tra rock ed elettronica, tenuta sempre sottotraccia. Non mancano sorprendenti tocchi acustici, quasi folk rock, e addirittura un’armonica, in “In un video mai finito”, che ci ricorda assai più Charles Bronson che non Bob Dylan…

La granitica batteria di Gianpus e la multiforme chitarra di Marco, poi, sono garanzie di qualità fin dai lontani giorni dei Fall Out, ma qui è tutto il gruppo a dare il meglio di sé, con un’attenzione all’equilibrio dei suoni e alla produzione che riesce a valorizzare appieno ogni singolo brano. Rimane solo da citare il bel contributo di Lorenzo D’Anteo alla copertina del CD, con disegni che ci ricordano il peso del mondo che ci è dato sopportare e concludere affermando che Humana Radio è un esordio assolutamente riuscito, che pone i Casamatta assolutamente al di fuori di ogni “stile” o “tendenza”, ma che dovrebbe, in un paese normale, porli al centro dell’interesse di una critica musicale non ancora trasformata in ufficio stampa delle major. Per dirla con le loro parole: “Prometeo promette fuoco”.

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